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Marco Risi, figlio del ben più bravo regista Dino, firma una fiction che in questo periodo viene trasmessa sulla rete ammiraglia della televisione pagata con denari pubblici: “L’Aquila – Grandi speranze”. Si tratta di una “creazione” di Stefano Grasso che, assieme a Doriana Leondeff, ne firma anche il soggetto e la sceneggiatura.

È una fiction, e come tale andrebbe considerata. Se non fosse che Marco Risi ha firmato in passato film impegnati e di denuncia (Soldati – 365 all’alba, Muro di gomma, Fortàpasc): da lui ci si sarebbe aspettato, quindi, un racconto più aderente alla realtà e non volgarmente e falsamente fantasioso. Soprattutto perché in questo caso si parla di una città – ma il discorso va allargato a tutto il cratere sismico – distrutto dal terremoto del 6 aprile 2009 e ancora alle prese con una ricostruzione economica, fisica e psicologica davvero molto complicata. Ci sono stati 309 morti diretti –  senza considerare chi nel corso degli anni si è suicidato – e oltre 1.700 feriti nel fisico, non considerando le miglia e migliaia di persone ancora ferite nella psiche. E-Flite A1040LB 40-Amp Lite Pro Sb Bl Esc (V2高級木製麻將 Unique rosadodo WOOD Mahjong Set 144 Numberojo Large Wooden Tiles. US Seller

Risi, e con lui Grasso e Leondeff, raccontano questa rinascita con la leggerezza spirituale di un “Vado a vivere da solo“, film con Jerry Calà, che segnò il debutto registico del figlio del regista. Il tutto, inventandosi di sana pianta situazioni che anche un idiota riuscirebbe a smascherare come false e grottesche: bande di ragazzini che si combattono nella zona rossa per accaparrarsi qualcosa tra le macerie; genitori che a un anno di distanza ancora cercano tra le macerie la figlia scomparsa; una coppia che – sempre a un anno dal sisma – è già tornata a vivere in centro (sic!) per dare un segnale agli altri cittadini; dialetti di tutta Italia, tranne che quello aquilano. Una fiction, appunto, strutturata male, pensata con un occhio ammiccante a Gomorra Suburra. Di vero non c’è nulla: qualche famiglia è tornata in centro da poco (e sono passati 10 anni!); ragazzini in lotta come a Scampia, non ci sono mai stati; in nessun terremoto italiano hanno scavato 365 giorni tra le macerie per cercare corpi. Rispetto alle altre due fiction, germogliate dal seme della violenza e che di questa si nutrono, in L’Aquila – Grandi speranze quella violenza è un’invenzione stolta tra le tante. Allora, perché? Perché gli sciacalli non sono solo coloro che ridevano la notte del terremoto o hanno provato a speculare sui mille aspetti della ricostruzione. Ci sono anche quelli che per mezzo punto di share sono disposti a raccontare favole truci nascondendosi dietro la cosiddetta “creazione artistica” No, in questo caso di artistico non c’è nulla. Risi, Grasso, Leondeff e tutti coloro che hanno permesso questo scempio culturale e sociale dovrebbero trovare un briciolo di dignità per chiedere scusa e cancellare il nome “L’Aquila”. Cosa, impossibile (togliere il nome) per ora, ma in futuro la Rai dovrebbe rimontare la fiction e correggere questa antropofagia culturale che specula sul dramma e fornisce a milioni di italiani uno spaccato falso e insultante di una popolazione i cui ragazzini si chiedevano dove fossero finiti gli amici di gioco: lungo la costa, nelle new town, e qualcuno li aveva persi anche sotto alle macerie.

Detto questo, una domanda: prima di autorizzare le riprese sui territori del cratere, qualcuno ha preteso di dare uno sguardo alla sceneggiatura? Non vorremmo che, presi dalla smania di ricevere l’attenzione di un nome di grido, ci si sia dimenticato che, comunque, almeno quei luoghi sacri non venissero utilizzati per un set di una stupid-fiction. Un monito per il futuro.

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I furti in casa, il terrorismo, la crisi economica, perfino l’instabilità politica rendono inquiete le giornate degli italiani. Ma sopra tutti ci sono le catastrofi naturali. La terribile sequenza sismica che non lascia tregua al Centro Italia dall’estate dello scorso anno; le immagini di interi paesi distrutti e il ricordo delle vittime turbano più di qualsiasi altra cosa un popolo che si scopre sensibile alla salvaguardia ambientale, considerata anche come un aspetto della stessa incolumità dei cittadini. A sorpresa, rispetto al passato, i terremoti sono balzati in testa alle italiche preoccupazioni, più ancora delle tasse. Un salto di ben 13 punti percentuali nel decimo rapporto su sicurezza e insicurezza sociale in Italia e in Europa redatto dall’Osservatorio di Pavia. Così nella graduatoria delle paure, la percentuale di chi teme per sé e per i propri cari di rimanere vittima di disastri naturali, tra cui anche frane e alluvioni, è salita dal 25 al 38 per cento. Un dato che si accoppia bene con la paura più diffusa in assoluto, quella legata alla distruzione dell’ambiente e della natura, rilevata nel 58% degli intervistati.

Gli eventi naturali sono la principale causa di turbamento, ma non l’unica consistente. Basti pensare alla paura di attacchi terroristici, percepita dal 44 per cento delle persone. Un fenomeno che ha trovato impulso dagli attentati mortali in Belgio, Francia, Germania e Gran Bretagna, e che – per il momento, e speriamo anche dopo – ancora non si manifesta tragicamente anche da noi. Tuttavia, è un aspetto che influenza anche la paura dello straniero: nel 39% dei casi l’immigrato è percepito come un’insidia per l’ordine pubblico e come una minaccia per l’occupazione (36%). L’incremento di ben cinque punti rispetto al 2016 – si afferma nel rapporto – spiega anche perché siano diventati una minoranza coloro che ritengono opportuno mantenere la libera circolazione dei cittadini fra i diversi Paesi dell’Unione europea.(5) POUND OF DICE BAG CHESSEX GAME ASSORTED AD&D ROLE PLAYING COLLECT CHX001LB-5TRAXXAS Stampede VXL verde trx36076-4-grnPNSO most popular African animals Family Zoo limited model education museum 10pc

Ci sono poi le paure legate alla condizione sociale ed economica, come quella di non avere la pensione (38%) o la perdita del lavoro e la disoccupazione (37%). Molto diffusi anche alcuni timori più generici: quello per il futuro dei figli, ad esempio, accomuna il 50% degli intervistati, mentre l’instabilità politica ne preoccupa addirittura il 56%.Un capitolo a parte merita la sicurezza. Nonostante i dati delMinisterodell’Interno indicano un calo del numero dei reati, la percezione del cittadino va nella direzione opposta. Un episodio come quello del ristoratore che ha ucciso uno dei rapinatori entrati di notte nel suo locale, basta per far riemergere i timori mai sopiti di essere derubati in casa o scippati per strada.

Stando a un sondaggio dell’istituto Sondea, negli ultimi due anni la sicurezza è diminuita per l’85,95% degli intervistati e quasi la metà (48,82%) pensa che l’Italia sia meno sicura rispetto al resto dell’Europa. A preoccupare non è tanto la perdita di soldi o beni materiali, ma possibili aggressioni e l’idea che la violazione degli spazi si traduca anche in atti di vandalismo e nel furto di oggetti ai quali si è legati affettivamente. Il 72,59% degli italiani teme di subire un furto in casa e il 67% per strada. Gli anziani sono i più preoccupati da possibili vandalismi alla loro casa, così come chi abita in una villa. Mentre sono gli uomini, e le persone che abitano in grandi nuclei urbani, a temere in misura maggiore danni materiali ed economici.

Al vertice della classifica sulle regioni ritenute più pericolose, c’è la Campania (29,08% del campione), seguita da Lazio (25,54%), Sicilia (14,83%) e Lombardia (14,24%); Roma è ritenuta la città più insicura (34,38%), addirittura peggiore di Napoli (29,86%). Invece, i posti più tranquilli nella percezione degli italiani sono Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige tra le regioni, Trieste (38,80%), Cagliari, Venezia e Firenze tra le città. Per cautelarsi, il 94,79% ha dichiarato che per misura di sicurezza non apre la porta di casa a sconosciuti, tiene meno soldi in casa (87,33%) e controlla diverse volte di avere chiuso porte e finestre. GIOCO DA TAVOLO SOCIETA' STAR GAME SPACE ALLA SCOPERTA DELL'UNIVERSO MISBBARBIE AEROGRAFO Designer e BAMBOLA FASHION COLLEZIONI PLAYSET bambini giocattolo nuovo di zeccaVTG 90's Madeline Danbury Mint Barbara Bemelmans First-Ever Porcelain DollSalvo poi a mettere di social le foto di dove si trovano in vacanza. Una società di sistemi di allarme ha svolto una ricerca dalla quale emerge che il 75 per cento dei ladri si avvale dei social (Facebook, Twitter e Instagram più di tutti) per identificare le potenziali vittime, capire cosa possiedono, doveva vivono e cosa si potrebbe rubare.

Attenuare questa enorme massa di timori e aumentare la serenità, per alcuni aspetti può dipendere anche da noi. Per esempio: non mettere in piazza (sui social) quello che facciamo e quello che abbiamo, ridurrebbe le possibilità di subire intrusioni domestiche da parte di male intenzionati. Non solo: adeguare le nostre case alle recenti norme sismiche, o stare attenti a dove costruire, diminuirebbe le possibilità di danni gravi. Comunque, un poco di fatalismo non guasta mai, altrimenti si vive male tutti i giorni.

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Ma quale crisi, gli affari vanno alla grande, soprattutto da quando i picciotti non sono più coppola e lupara, ma hanno master in economia, parlano fluentemente l’inglese e usano i grafici per spiegare ai mammasantissima come si fanno i piccioli. La nuova criminalità organizzata è questa, e si sta espandendo in un settore di investimento che rende più della droga, più delle estorsioni, che è un’ottima lavanderia per ripulire il denaro provento di attività criminose, che è legale, alla luce del sole e non si esaurirà mai: l’agroalimentare. Le nuove leve provengono sia dalle tradizionali “famiglie”, i cui rampolli hanno studiato o preso master in prestigiose università, sia dal normale mondo dell’imprenditoria e della finanza, dove gente senza scrupoli mette le proprie capacità manageriali al servizio della criminalità organizzata, sempre prodiga di denaro con chi asseconda i suoi scopi.  Così i fatturati illegali aumentano sempre di più. Nell’ultimo anno l’agromafia ha visto crescere il fatturato del 12,7 per cento, raggiungendo i 24 miliardi e mezzo di euro. Un trend positivo – come rileva l’ultimo rapporto elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare – che non risente delle tensioni del commercio mondiale, delle barriere della circolazione delle merci e dei capitali, e della stagnazione dell’economia. italiana e internazionale.

Una rete criminale – si afferma nel rapporto, intitolato “Il crimine nel piatto” – che si incrocia perfettamente con la filiera del cibo, dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita. La crisi dei consumi degli ultimi anni è stata la linfa delle agromafie perché le difficoltà economiche hanno costretto le famiglie meno abbienti a tagliare la spesa alimentare e a preferire l’acquisto di alimenti più economici, prodotti spesso a prezzi troppo bassi per essere sani e freschi. Di questa filiera fa parte anche la ristorazione, perché ci sono locali dove non si guarda tanto per il sottile quando si tratta di lucrare sulla pelle degli ignari clienti i quali, spesso attratti dai prezzi irrisori, si siedono a quelle tavole convinti di fare un affare perché si illudono di mangiare prelibatezze naturali a prezzi da panino. I poteri criminali si “annidano” nel percorso che frutta e verdura, carne e pesce, devono compiere per raggiungere le tavole degli italiani passando per alcuni grandi mercati di scambio fino alla grande distribuzione, annientando la concorrenza onesta e il libero mercato legale. Il risultato è la moltiplicazione dei prezzi, che per l’ortofrutta arrivano a triplicare dal campo alla tavola, i pesanti danni all’immagine per il Made in Italy. Si calcola che il 17 per cento degli italiani sia stato vittima di frodi alimentari con l’acquisto di cibi fasulli, avariati e alterati. Non è un caso se sempre più spesso tra i ben sequestrati alle famiglie criminali compaiono supermercati, centri commerciali, ristoranti e bar.EXTRA-300 RC AIRPLANE LASER CUT KIT 1500 mm1 8 RCCAR Castle 1512 Brushles Motor+Hobbywing EZRUN Waterproof SC8 SCT 120A ESCAUTO - 1 10 elettrico - 4wd DRIFT-RTR-BRUSHLESS-Team - hrctm 503018-t86.

I prodotti più colpiti da truffe e reati legati alle agromafie sono il vino (+75 per cento dei reati), la carne (+101%), le conserve (+78%) e lo zucchero. Nell’ultimo anno sono stati sequestrati 17,6 milioni di chili di alimenti di vario tipo per un valore di 34 milioni di euro con lo smantellamento di un’organizzazione fra Campania, Puglia, Emilia Romagna, Sicilia e Veneto (come si vede, Nord o Sud, lo stesso sono…). Quelli che riportiamo sono solo alcuni degli esempi di come la criminalità porti in tavola prodotti illegali, pericolosi o frutto dello sfruttamento dei lavoratori, tra i quali spesso vi sono bambini. La mozzarella da buttare viene sbiancata con la soda; il pesce vecchio rinfrescato con il cafados, una miscela di acidi organici e acqua ossigenata che viene mescolata con il ghiaccio e consente di dare una freschezza apparente;TRAXXAS FORD MUSTANG 4tec 2.0 rojo trx83044-4-rojoRC Helicopter Gyro Single Blade Grand Canyon Crashes Apache Sky FlyOnyx-RC P2604 Lipo 2S 7.4V 5000 35C Hard case Star (Deans) connector la carne proveniente da macelli clandestini, senza alcun controllo sanitario sia sulla carne sia sui locali nei quali viene sezionata e tantomeno sulle procedure igieniche usate; il riso della Birmania, frutto della persecuzione e del genocidio dei Rohingya; il pane cotto in forni clandestini dove si usano scarti di legna e mobili laccati contaminati da vernici e sostanze chimiche; nocciole turcheprodotte con il lavoro dei minori; il miele, usato anche per i biscotti,“tagliato” con sciroppo di riso, mais o zucchero per gonfiarne il volume con sottoprodotti che costano un decimo del miele genuino;tartine di tartufi cinesi spacciati per italiani, perché il “tuber indicum” è simile per aspetto al tartufo nero nostrano, ma non ne possiede le qualità organolettiche; i funghi porcinisecchi romeni serviti come italiani; olio di semi colorato alla clorofilla al posto dell’extravergine; imitazioni  di parmigiano reggiano o grana padano spacciati per dop, ma di infima qualità. L’elenco potrebbe continuare. Ci limitiamo a raccomandare di leggere sempre attentamente cosa c’è scritto sulle confezioni dei prodotti.

Un occhio particolare anche ai prezzi: quando sono troppo bassi è lecito dubitare della bontà del prodotto o del servizio. Quindi, attenzione-attenzione-attenzione, perché mentre i colletti bianchi della criminalità pasteggiano nei ristoranti stellati, ci sono malcapitati ai quali può toccare in sorte il seguente menu: antipasto di mozzarella alla soda e perossido di benzoile; primo: riso di Birmania; secondo: pesce ringiovanito con cafados o carne da macelli clandestini; contorno di tartine di tartufi cinesi o funghi porcini rumeni; dolce: biscotti al miele adulterato; vino scadente adulterato con lo zucchero; condimento: olio in boccette senza tappo antirabbocco (vietate da anni), parmigiano o grana adulterati, già grattugiati. Buona indigestione.

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Chissà se il Genio lo aveva previsto. Forse sì, ma tra i suoi appunti conosciuti non vi è traccia di cosa avrebbe potuto causare quel suo studio. Così, 523 anni dopo, i normali cercano di capire le ripercussioni che avrà nei prossimi 15 anni il robot. Già, perché il primo progetto documentato di un robot umanoide venne fatto da Little Big Topps Bendable Play Figures Ages 3+ In Box attorno al1495. Suoi disegni scoperti negli anni Cinquanta raffigurano in modo dettagliato un“cavaliere meccanico”, che era apparentemente in grado di alzarsi in piedi, agitare le braccia e muovere testa e mascella. Non è dato sapere se Leonardo abbia o no tentato di costruire il robot, a questo ci pensò l’inventore francese 2017 New Drone Self Foldable QuadcopterCross RC SG4B Demon 4x4 Crawler Kit, w Hard Body, Full Interior 1 10 Scale SG4BJacques de Vaucanson il quale nel 1738 prima fabbricò un automa che suonava il RIO Grande Games Dominion Gioco Base ® BORDO-Gioco per tutta la famiglia, seconda., e poi un’anatra meccanica che, secondo le testimonianze, mangiava e faceva anche i suoi bisognini.

Da qualche decennio questi “oggetti umanoidi” si chiamano robot, termine derivante dal ceco e che significa “lavoro pesante”. A ben pensarci, servono per darci una mano. Isaac Asimov ne ha fatto il perno della sua produzione letteraria, ma le cose stanno andando talmente veloci che il carattere naif del passato è sopraffatto dalle previsioni: i robot ci ruberanno il lavoro? Più di uno studio qualificato prevede che nei prossimi 15-20 anni vi sarà una perdita di almeno tre milioni di posti di lavoro. Il progresso tecnologico ha sempre creato ricchezza e nuova occupazione. Avere per colleghi dei robot in molte aziende è ormai una realtà: dai carrelli automatici che prelevano i prodotti all’interno dei magazzini Amazon alle SpeedFactory di Adidas, dove le scarpe vengono costruite quasi senza intervento umano. La tecnologia sta contribuendo a ridisegnare le attività produttive in ogni ambito e a tutti i livelli: i nuovi lavoratori elettronici infatti non si occupano solo dei lavori più ripetitivi e di basso profilo, ma sono sempre più spesso impiegati anche in quelle che vengono definite professioni della conoscenza. L’avanzata delle macchine sui luoghi di lavoro sembra ormai inarrestabile, tuttavia il loro avvento nella catena economica deve avvenire in maniera controllata e servono misure che tutelino le categorie più deboli. Comunque, non sono solo gli operai a doversi preparare a un cambio epocale: software sempre più evoluti e capaci di apprendere sono già entrati nelle professioni intellettuali, come il medico, l’avvocato, il manager, il consulente finanziario.HengLong 3918-1 1 16 US M1A2 ABRAMS RC Battle Tank Smoke Sound Radio Control5 minuto Dungeon maledizioni BIG BOX sventate Di Nuovo Pedale Di Avviamento Nuovo pronto per la spedizioneSyma X5C-1 2.4G HD fotocamera RC Quadcopter RTF RC Elicottero con 2.0MP.

Gli stessi studi indicano, però, che si creeranno nuovi lavori e nuove figure professionali generati proprio da questo cambiamento epocale che ricorda gli albori della rivoluzione industriale di tre secoli fa. In pratica, le macchine non ci toglierebbero il lavoro, tutt’altro: i Paesi più avanzati mostrano tassi di disoccupazione minore, a condizione che il processo sia governato dalla politica (quella buona, ovviamente…), in maniera che gli impieghi cancellati dall’avvento di macchine e software sofisticati possano essere rimpiazzati da mansioni più qualificate. In Germania, per esempio, il valore aggiunto generato dall’industria negli ultimi dieci anni è aumentato del 3,8 e la quota di Pil investita in ricerca e sviluppo è stata del 2,8% mentre in Italia quest’ultima è stata dell’1,3 per cento e il valore aggiunto è sceso del 2,1%. Maggiormente significativo è il confronto sulla qualità dei posti di lavoro creati negli ultimi cinque anni: nella fascia di retribuzione più bassa “vince” l’Italia con 470 mila impieghi contro i 200 mila della Germania; in quella più alta i tedeschi sono a 680 mila contro i nostri 100 mila. Complessivamente, in questo settore vi sono stati 570 mila nuovi posti da noi e 780 mila da loro (210 mila in più). Come si vede, tutto dipende da come si affronta il cambiamento.

Il Club Ambrosetti nel suo report sull’argomento sostiene che il mercato del lavoro italiano non sarà una passeggiata: manifattura e commercio perderanno rispettivamente 840 mila e 600 mila unità; inquindici anni le attività immobiliari perderanno trecentomila degli attuali 2,5 milioni di addetti; oltre 200 mila nei settori agricolo e ittico. La perdita dell’occupazione sarà rapida: 130 mila all’anno nei primi cinque, 290 mila negli ultimi cinque. I rischi maggiori saranno per le nuove generazioni: 20 per cento per i lavoratori fra i 20 e i 24 anni, 16 per cento fra i 25 e i 29, e 13 per cento fra i 60 e i 64 anni. Nella stessa ricerca si sostiene che sarebbe sufficiente elaborare iniziative capaci di creare 42 mila posti all’anno, puntando nei settori come l’alta tecnologia, le scienze della vita e la ricerca di base. Per ogni nuovo postoin un settore avanzato se ne creano altri 2,1 nell’indotto, il che significa – considerando solo questi tre esempi – che daiquarantamila posti l’anno in questi settori si sale a 124 mila (con gli 84 mila dell’indotto) e in quindici anni si creerebbero oltre 1,8 milioni di nuovi posti, colmando, quindi, il vuoto che verrebbe causato dai robot. Ma quali sono i lavori destinati a scomparire e quelli che dureranno per sempre? Secondo alcuni esperti, un futuro tetro è all’orizzonte di televenditori, cassieri, consulenti fiscali e bancari, e anche ferrovieri e autisti (quando le automobili faranno quasi tutto); invece, potranno dormire sonni tranquilli terapeuti, assistenti sociali, insegnanti, chirurghi avvocati e cantanti. Comunque, nessuna paura, perché uno dei maggiori sociologi del lavoro italiani, Domenico De Masi, ha trovato una formula che merita la massima attenzione, e l’ha esplicitata nel suo recente studio “Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati (Rizzoli, MilanoGo Set - 19x19 Reversible Board, Uniconvex Yunzi Stones, Jujube Bowls and Box Vintage 1930s Ponte Tally Set di 2 Completo Tavoli in Cartella Tea Party Set) nel quale, parafrasando il celebre slogan del Sessantotto “Lavorare meno, lavorare tutti”, sostiene, e dimostra, che per dare un lavoro ai disoccupati basterebbe ridurre di poco l’orario di lavoro degli occupati. Nel nostro Paese lavoriamo 1.800 ore l’anno pro capite e abbiamo sei milioni di disoccupati – argomenta De Masi -. Se scendessimo alle 1.482 ore pro capite dei francesi, avremmo oltre quattro milioni di posti in più. E se toccassimo le 1.371 ore pro capite dei tedeschi (che, dunque, a dispetto dei luoghi comuni, lavorano meno di noi, ma in modo più efficiente) guadagneremmo 6,6 milioni di posti. Una tesi che andrebbe approfondita e coniugata con politiche del lavoro all’avanguardia, perché il problema è davvero serio.

Da servi (nell’antico slavo ecclesiastico “rabota” significa servitù), i robot rischiano di diventare padroni. Le previsioni dello studio Ambrosetti indicano che torneremo ai livelli occupazionali degli anni Settanta, con costi sociali spaventosi: una contrazione dei consumi fino a 43 miliardi di euro e lo Stato dovrà rinunciare a 30,5 miliardi di gettito fiscale. Ma per quest’ultimo aspetto sembra che siano già pronte soluzioni: qualcuno ipotizza l’introduzione dell’Irped, un’imposta sul reddito prodotto dalle persone digitali, cioè i robot.  Va a finire che se si dovesse rivelare più alta delle altre, qualcuno potrebbe reimpiegare gli umani al posto degli umanoidi. Quindi, se un robot ci dovesse togliere il lavoro, una tassa ce lo ridarà!